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Bamboccioni si nasce o si diventa?

Non c’è bubbio che Tommaso Padoa Schioppa avrebbe bisogno di un bel corso di comunicazione. Eppure quando ha parlato di "bamboccioni" non credo volesse offendere i giovani, quanto denunciare la condizione che porta i trentenni a stare ancora in casa con i genitori. Dando poi la sua ricetta per uscirne (smontata sul Corriere da Giavazzi punto per punto). Leggo che Luca degli Esposti, un web designer di 24 anni, sta organizzando il "bamboccione day" per protestare contro le parole del ministro. Ha aperto un sito per raccogliere adesioni: sono già 25mila. I blog ne parlano, soprattutto i giovani, favorevoli e contrari. Io ho 26 anni e ho intenzione di considerarmi giovane per ancora una trentina circa. Premetto subito che le considerazioni che scriverò ora non si riferiscono solo alla mia storia (mi ritengo fortunato), ma a quello che sento dagli amici, vedo, leggo, e che comunque c’è poco di cui lamentarsi quando hai la fortuna di poter studiare e non sei nato nel terzo mondo. Però questo non ci esime dalla critica.

La parola giovani ormai mi fa venire l’orticaria. E’ una parola buona per tutto. Sei giovane (giovanissimo) quando da piccolo i parenti ti dicono "goditi questi anni che poi non tornano". Li guardi come se parlassero arabo, tanto tu giovane lo sarai per sempre. Poi inizi a essere "troppo giovane". Per guidare il motorino, per avere la patente, per tornare tardi la sera. Vai all’università e sei giovane, certo, ma ti senti dire che "non sei più un bambino". Il momento più bello è quando arrivi sul mondo del lavoro. Lì è stupendo, hai appena finito di festeggiare la laurea, con bacio accademico, pacche sulle spalle, tomi e tomi di volumi letti e un lieve senso di controllo su quello che hai incontro. Certo, sei giovane, ma sai un sacco di cose e ora ne vedrai i frutti. Per fortuna (sul serio) non è vero, nel senso che sei solo all’inizio di un nuovo percorso e devi entrare nell’ottica di imparare, senza avere la supponenza che un pezzetto di carta ti spiani la stada. Ma è geniale come l’università italiana riesca per anni a chiuderti in un mondo che non è assolutamente reale. Quando esci le tue ambizioni possono crollare in meno di due mesi. Improvvisamente diventi giovane, giovanissimo, ma soprattutto "troppo giovane". Oppure "grandicello" o "troppo formato", dipende dalla convenienza. L’errore più grosso è sentirsi sfigati, anche se la tentazione c’è. Ma è una definizione che ti dà il mondo in cui sei inserito, dove il contratto a tempo indeterminato per anni è stato di senso comune, la laurea una certezza, la sicurezza un valore immacolato, eccetera eccetera. E dove il "tessuto connettivo" dell’economia continua a premiare le vecchie certezze piuttosto che le nuove professionalità (su questo fronte una delle cose più belle che ho letto è qui).

A me sembra che andare in piazza con una maglietta con scritto "sono un bamboccione" sia un pochino da sfigati. Ma l’adesione che sta riscontrando – almeno negli intenti – rivela un malessere diffuso. C’è una generazione che chiede solo di essere presa in considerazione e non per il culo, che vengano ridefinite una serie di regole e che nel vocabolario entri la parola "merito". A patto di non sentirsi sfigati, altrimenti lo si diventa. (imho)

  • Simone |

    Secondo me nessuno può dire che gli altri sono bamboccioni; sicuramente chi “etichetta” i giovani in questo modo avrà un lavoro e i soldi in tasca, quindi (non facendo parte della “categoria debole”) si permette di esprimere queste superficiali considerazioni che tralaltro non entrano nemmeno in una buona comunicazione nel rappresentare un problema ormai diffuso nel nostro paese. Saluti!

  • luca salvioli |

    grazie per il tuo intervento guidone!

  • Guido Alberto |

    Oh mio Dio…Bamboccioni ci si nasce per ovvie ragioni…Bamboccioni-Every-Day per fortuna siamo ancora liberi di diventarci oppure no… Oppure no?
    Secondo me è il sig. degli Esposti che ha bisogno di un corso di comunicazione…non ci occorrono un’altra Maria de Filippi o Beppe Grillo, ne abbiamo già tanti di questi comunicatori!
    Forse è proprio ora di smettere di perdere tempo a…comunicare.
    Le idee, lo sappiamo, ci sono già…avremmo piuttosto bisogno di un corso sulla comun…azione, ovvero sul modo di realizzare il nostro sogno, un mondo più giusto.
    Chi lo potrebbe tenere? Ce ne sono tanti nascosti…facciamoli venire fuori. Però che il corso non si tenga in piazza o in tv…ma in famiglia e a scuola. Da lì nascono i bamboccioni…
    Ciao

  • Sergio |

    Probabilmente ha ragione ma non considera che i tempi sono cambiati rispetto ai suoi…un tempo erano pochi i giovani che andavano all’università mentre molti quelli che iniziavano a lavorare fin dall’età adolescenziale e già prima di essere maggiorenni erano sistemati socialmente ed economicamente…ora invece grazie al progredito benessere sociale si sono moltiplicati i giovani che scelgono di proseguire gli studi fino all’università…e considerato che poi quando si laureano è difficilissimo trovare lavoro(o se lo trovano si trovano ad essere dei precari) restano legati alla famiglia fino ad età molto avanzata…credo che sia un problema di mutate condizioni sociali e culturali più che di un “bamboccionismo” insito in noi stessi 🙂

  • luca salvioli |

    Zuberei, analisi amara ma è difficile darti torto. E in effetti è anche vero che il discorso vale soprattutto per le professioni intellettuali, guarda caso quelle che i ragazzi scelgono sempre di più. Chiaro che “l’esperienza si esperisce non si impara”, ma questo non solleva l’università dalle sue responsabilità. Io credo che il problema sia proprio la lacuna di esperienza che aleggia in molte università. Io ho fatto sociologia, ma non ho mai capito davvero che cosa faccia un sociologo al di fuori dell’università. A volte avevo la sensazione che non lo sapessero neanche i docenti.
    Andrea e davide: sono d’accordo, il discorso oramai va dai 18 ai 40 anni, quanto alle “proiezioni inconsce di rabbia per il tempo perduto”, divertente e verosimile.
    grazie!

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