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Se non ci fossero stati i monaci?

Paolo Trincia, giornalista dall’India, come Marco. Penso freelance. Sul suo blog l’altro giorno ha innescato un vivace dibattito. In sostanza si dice molto contento per l’impatto che la protesta Birmana ha avuto sull’opinione pubblica occidentale, ma si chiede: se non fossero stati monaci ma normali cittadini i giornali ne avrebbero parlato? Parla di una certa ipocrisia, perchè prima in pochi sapevano cos’è il Myanmar. E cita guerre e dittature ben peggiori che passano nel silenzio. E’ un discorso vecchio, purtroppo, un paio di anni fa avevo fatto una piccola inchiesta – con dei colleghi del master in giornalismo – sulle guerre dimenticate. Un caporedattore degli esteri di un grande quotidiano ci aveva detto che aveva una tabellina "scherzosa" nel cassetto indicante lo spazio in pagina da dedicare a un incidente in base al Paese in cui succedeva. Trenta morti a Parigi? Mezza pagina. Cinquanta in Congo? Forse 3 righe in Congo. Sad but true. Il post di Trincia è di qualche giorno fa, per questo stavo per non riprenderlo. Ma sarebbe stato come assecondare l’inesorabile macchina dell’oblio. Le notizie scadono, le guerre spariscono. Come si chiamava la Birmania?

  • luca salvioli |

    Carissimo trendy,
    certamente la birmania è finita sulle prime pagine dei giornali per la forza delle immagini. Una fila di monaci in preghiera che protestano contro un regime sanguinario e per giunta vengono picchiati colpisce, non c’è dubbio. Colpisce più della stessa immagine in cui i protagonisti siano normali cittadini. Ammettiamolo, dare la colpa all’informazione piuttosto che alle nostre categorie di rilevanza intellettuale spesso è una fuga. Ci cattura il nuovo: queste erano immagini nuove, con un’idea dal forte valore simbolico del bene che prova a vincere il male. Ben venga che per una volta la religione, dopo anni in cui abbiamo parlato di estremismo (ripeto estremismo) islamico, torni alle cronache per la sua forza vitale e aggregativa contro le oppressioni. Quanto ai giornali, in Italia il discorso è complesso. Da quel poco che na ho capito si tende a dare spazio a notizie di guerre o crisi internazionali che hanno una ricaduta nella nostra politica o economia interna (vedi iraq e afganistan). Siamo un pochino provinciali. Altri Paesi inoltre hanno una maggiore differenziazione tra stampa “alta”, che si può permettere di parlare di guerre da noi dimenticate, e “bassa”, che si dedica di più alla cronaca nera o al gossip. Molti giornali o tg, da noi, se parlassero di Africa in apertura perderebbero ascolti. E’ il mercato, anche se è triste.

  • trendy |

    caro luca,
    la tua è sicuramente una riflessione corretta, e riprende un problema che molte volte mi sono posto. Sinceramente non riesco a capire, al di là degli interessi (economici o quant’latro) che vi possano essere sottesi, il mottivo di tali “scelte editoriali”.
    In effetti, per leggere dei disastri che succedono in Africa spesso bisogna ricorrere a testate d’informazione non proprio diffusissime (penso soprattutto a Le Monde Diplomatique e Economist).
    Ciononostante, momaci o meno, ritengo sia importante (e per certi versi sorprendente) lo spazio dato alle vicende Birmane.
    Per riprendere il concetto espresso da un Tuo Collega sull’inserto domenicale del Sole 24 ore di qualche settimana fa, in questi tempi in cui si critica fortemente il fenomeno religioso come fonte d’integralismo ed intolleranza, vedere che lo stesso semtimento religioso si fa portavoce (e motore) del desiderio di rinascita di un Paese…beh, fa piacere.
    Forse quest’ultimo tema (religione=integralismo e chiusura / religione=propulsore di un positivo rinnovamento) potrebbe essere un ulteriore argomento di riflessione.
    Ti saluto con affetto e ti auguro buon lavoro

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